Alle 4 suonò la sveglia. Era ancora buio e per il caldo asfissiante passai la nottata insonne sul pavimento. Sul mio letto c’era Peppe, che si era anticipato in città per accorciare i tempi l’indomani e metterci sulla strada quanto prima. La sera precedente eravamo stati tutti insieme per il centro storico a brindare alla nostra partenza, dopo mesi passati a pianificare. Insomma, eravamo finalmente pronti.
In poco tempo caricammo gli zaini in aiuto e passammo a prendere le due ragazze che già ci aspettavano pronte sull’uscio di casa, in attesa di partire. Ci concedemmo un’ultima tappa al bar e via. In viaggio, diretti verso le Dolomiti trentine.
Fu una lunga traversata, di centinaia e centinaia di chilometri, che ci portò ad attraversare tutta l’Italia, da Caserta a Roma, e poi da Perugia a Cesena, a Ravenna, Padova, fin su alla Valsugana. Proprio da Padova, quella mattina, Sara era partita per Vetriolo Terme, nostro punto di partenza, in compagnia di Michele, un ragazzo che nessuno di noi conosceva e sul quale avevamo riversato qualche perplessità, ma che ci mise un battito di ciglia ad entrare nei nostri cuori.
Attraversando l’intera distesa padana, iniziammo a chiederci se non avessimo già dovuto rivedere i nostri piani. Subito dopo Ravenna, infatti, una coda chilometrica portò al limite la sopportazione, che iniziò a far a cazzotti con la frenesia di voler esser già tra le pareti rosa del granito delle Dolomiti. Dopo un momento di incertezza, facemmo inversione e corremmo giù ripidi verso una nuova strada, più veli. Ma sebbene scorressimo ora rapidi, ci rendemmo anche di quanto il tempo fosse volato.
Ad ora di pranzo mancavano ancora tre ore all’arrivo e questo rischiava di ribaltare totalmente la nostra tabella di marcia poiché, secondo i nostri piani, ci saremmo dovuti mettere in marcia non appena arrivati in paese, con la speranza però proprio di arrivarci ad un orario ragionevole per riuscire a raggiungere la prima tappa, con ancora la luce del sole.
Parcheggiammo l’auto al primo autogrill ed iniziammo a metterci in contatto con Sara e Michele per capire se loro fossero già arrivati a Levico e per organizzare un nuovo programma visto il nostro ritardo. Occorreva innanzitutto trovare un posto per dormire, che si trattasse di un bad&breakfast, di un ostello o di un piccolo albergo, in ogni caso ci avrebbe permesso di ricaricare le energie dopo il lungo viaggio che ancora ci aspettava. In poco tempo trovammo una sistemazione in un piccolo albergo di Vetriolo Terme che faceva al nostro caso. L’esser riusciti a scongiurare una prima nottata incerta ci diede energia nuova e ci rimettemmo in macchina ben entusiasti delle altrettante ore di viaggio.
Eppure ancora non era finita, poiché Sara e Michele non avevano le nostre stesse intenzioni ed inizialmente ci risposero di voler provvedere in maniera indipendente alla nottata. Solo in seguito venimmo a sapere che prima di esser “salvati” da Giada e Cristina, quei due si erano andati a riparare in un vecchio albergo abbandonato lungo la statale che saliva a Vetriolo da Levico.

Intorno alle quattro del pomeriggio ci accorgemmo di aver finalmente lasciato la Pianura Padana per far posto alle grandi catene montuose, che già si stagliavano dritte verso il cielo, circondandoci. Enormi massicci ricoperti da pascoli verdi ed enormi boschi in quota che sembravano risucchiare la strada che correva davanti a noi. Non una parola, né un soffio, né un movimento. Nulla che potesse distrarci da quel momento. Seguivamo solo con gli occhi e con la fantasia i profili sporgenti di quelle montagne.

 

Alla guida venni ripagato di tutta la stanchezza del viaggio quando, attraversando il lago di Levico, iniziavamo a salire verso Vetriolo, dentro quelle montagne senza dimensione, attraversando strade chiuse da gallerie fatte d’alberi che, dalle sponde della carreggiata, si staccavano massicci dalla terra per incrociarsi in volo sopra le nostre teste, leggeri come quelle foglie verdi.
Alle 17 finalmente arrivammo nel parcheggio dell’Hotel, e scesi dall’auto sentimmo tutti il bisogno di prenderci un momento per noi, così ci incamminammo verso la balaustra del terrazzino che affacciava sul lago di Vetriolo. Restammo qualche minuto in silenzio osservando quanto eravamo lontani dalla nostra quotidianità, lontani dalle cose scontate, eppure così a contatto con l’essenzialità della vita stessa. Dopo aver assaporato quello che era solo l’antipasto di ciò che ci aspettava nei giorni a seguire, ci dirigemmo nella hall dell’albergo dove due ragazzi ci accolsero calorosamente e ci registrarono presso la struttura, consegnandoci le chiavi della nostra stanza. Prima di salirci però, ci concedemmo una birra affacciati a quel terrazzo. Svanirono nuovamente la fatica del viaggio, lo stress degli esami, la quotidianità del lavoro.

Quella sera, la cena era prevista come al solito per le 19 e non mancammo di presentarci alla tavola assegnataci per mangiare un’abbondante polenta e dei canederli in brodo. Bevemmo del rosso e saziammo così spirito e corpo. Il resto della serata lo passammo a svuotare ulteriormente gli zaini dalla grande zavorra che ci portavamo dietro e rimanemmo a guardar le stelle, in una prima notte gelida d’agosto, accompagnando il tempo con una grappa prima di infoderarci. Domani saremmo stati nuovamente in hike.

Emanuele Repola

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