Le Forre si trovano risalendo l’antica via Sannita che collega i borghi di Cerreto Sannita e Cusano Mutri, nella Provincia di Benevento e territori dell’area del Parco del Matese. Tra il monte Cigno ed il monte Erbano, infatti, le acque del fiume Titerno hanno scavato per milioni di anni un ampio canyon nella roccia calcarea, levigando le enormi pareti attraverso la loro l’azione erosiva. Un territorio magico, che cela al suo interno, come in uno scrigno, un ambiente in cui le forze della natura si caricano di elettricità. Sentieri a picco sui boschi, rapide imponenti, grotte fiabesche e il sempre vivo paesaggio incantevole dei Monti del Matese.

Il Sabato non aveva smesso di piovere, e le temperature non salivano oltre i 5 gradi. Era inoltre in arrivo una perturbazione dalla Siberia che avrebbe portato la colonnina di mercurio ad oltre i 10 sotto lo zero. Un clima invernale rigido che domenica mattina aveva però lasciato il posto ad un sole accecante e caldo, ben lontano quindi dalla fantasia di ritrovarci alle Forre con i piedi nella neve. Ci alzammo presto e riordinammo la cucina prima di prendere un caffè tutti insieme. Non ci volle molto affinché fummo pronti a partire. Salimmo in auto e partimmo in direzione delle Forre, nel comune di Civitella Licino. Un borgo di 400 anime, arroccato sul Matese, e ai cui piedi avanzano impetuose le acque del Titerno. Sul posto, tra querce e faggi, trovammo un parcheggio lungo l’asfaltata e ci preparammo al trekking. Prendemmo la via che scende al di sotto al Ponte sul Titerno, percorrendo alcuni gradoni scavati sul terreno, fino ad un primo bivio in cui lasciammo la traccia per seguire il forte boato smosso dalle rapide. Passò del tempo indefinito mentre iniziavamo il rituale d’ingresso nell’armonia con la natura, e ci sentivamo felici, con quell’euforia che si scatena quando ci ritroviamo a tu per tu con le meraviglie della natura. Era proprio questo l’effetto che le Forre fecero su di noi.

[nectar_single_testimonial testimonial_style="bold" color="Accent-Color" quote="Le Forre si trovano risalendo l’antica via Sannita tra Cerreto Sannita e Cusano Mutri, nel Parco del Matese. Tra il monte Cigno ed il monte Erbano, le acque del Titerno hanno scavato un ampio canyon. Un territorio magico, un ambiente in cui le forze della natura si caricano di elettricità. " name="Emanuele Repola" subtitle="Hikers Adventures"]

Ritornati sul sentiero seguimmo la via che attraversava la sponda opposta del canyon su di un ponticello in legno, ricoperto da un folto tappeto di muschio verde. Qui, il Titerno scava le pareti della montagna fino a circa 30 metri di profondità, facendoti sentire misero al cospetto di quella forza che l’acqua riusciva a smuovere. Avanzando sull’antica via sannita, seguivamo controcorrente il percorso del fiume, risalendo il fianco del monte Cigno che, con l’Erbano, crea le Forre. A circa 40 metri sopra le rapide, e dopo quindici minuti di cammino, fummo nuovamente avanti ad un bivio. Decidemmo di prendere una nuova scalinata scavata nel terreno che, scendendo, ci avrebbe riportato sulla riva e dalla quale, superato un ponticello in pietra di dubbia stabilità, avremmo attraversato il Titerno, passando a quella opposta.

Ci sedemmo al sole, in silenzio, e respirammo quanta più aria potevamo. Si sentiva che era diversa da quella fetida della città, e già questo era sufficiente ad aver dato valore alla giornata. Tornammo sulla sponda opposta e riprendemmo il sentiero delle Forre di Lavello, seguendo i segni malconci del Cai, che ora ci conducevano lungo una leggera discesa culminante con un nuovo bivio. Anche questa volte scegliemmo di seguire la via che svoltava a sinistra, allontanandoci ancora una volta dal sentiero, per ritrovarci su delle rocce che si avvicinavano senza timore alle acque cariche.
Ancora una volta fummo costretti a sederci a terra e a godere di quel momento che non ci veniva offerto, ma bensì ci eravamo andati a cercare, provocando in noi una soddisfazione mista ad incredulità.

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Ci rialzammo e tornammo ancora una volta indietro per riprendere il sentiero che ora saliva sul Cigno. Eravamo alla ricerca della Grotta delle Fate che, dopo circa una decina di minuti, trovammo alla nostra destra, riparata dal fianco della montagna. La grotta, dall’esterno, si presenta con un ampio ingresso, scavato artificialmente, e dal quale parte un corridoio lungo al punto da non riuscire a vedere l’estremità in fondo. Non restava che attraversarlo, e così fu. Prendemmo le torce e contammo la lunghezza in passi di quell’antro alto poco più di un metro e cinquanta. Dopo una ventina di passi, un muro davanti bloccò il cammino e la luce del sole che, fioca, riusciva ad entrare, si infrangeva contro di lui. Nel guardarci intorno notammo che attraversati i circa quindici metri di corridoio, la grotta si diramava in quattro direzioni. Le esplorammo tutte, attraversandole nella loro estensione, a testa bassa, evitando si sbatterla contro le pareti, o incappando in qualche pipistrello rimasto lì a dormire. Era incredibile riuscire a sentire fin qui il boato delle acque che si infrangevano tra le Forre.

Usciti dalla Grotta delle Fate, riprendemmo il sentiero che continuava a salire verso la cima del monte Cigno, immersi nei colori caldi dei faggi e delle querce in inverno. Sotto di noi potevamo così osservare il lungo serpente acquamarina che ancora oggi scende da Cusano, e colpendo le rocce scolpisce e disegna questa terra e questa valle, anche qui attraverso le Forre, dandole vita e forma uniche al mondo. Passammo molto tempo lì su ad osservare il mondo dall’alto, sentendoci piccoli ma potendo assaporarlo tutto d’un fiato.

Fummo infine nuovamente sul sentiero che ritornava al ponte in legno che ci eravamo lasciati alle spalle all’inizio. Fu una mattinata senza particolari sforzi, ma che seppe ricaricarci di energia fino alla prossima avventura.