Arrivammo ai piedi del monte Monaco, nel Parco del Matese, in provincia di Caserta. Non c’è una sola montagna pronta a svestirsi e a mostrare le sue curve, le lunghe linee sinuose che ne tracciano il profilo, o così buona da lasciarti salire su di lei senza difficoltà. Come il monte Monaco. Anzi, le insidie si annidano negli angoli nascosti della foresta, tanto quanto su un sentiero ben tracciato. Bisogna sedurla e lasciarsi sedurre, e salendo compiere il rito ancestrale dell’unione tra i due spiriti, quello della montagna e quello dell’uomo che l’affronta. Da Gioia Sannitica risalimmo fino alle porte dell’antica fortezza, eretta nel X secolo dai Normanni che si spinsero in queste terre, mescolando sangue e cultura con i popoli sanniti. Il castello svetta sul colle omonimo che si alza come un bastione e separa le piane di Telese e Alife, dominando le valli del Titerno e del Volturno.

 

La temperatura di quella mattina era sui due gradi circa, c’era un sole pallido, avvolto tra velature nuvolose che ne filtravano di raggi da luce e calore. Le querce ed i faggi spogli per l’inverno, contribuivano a creare un’aura malinconica su tutto il castello, lasciato lì a contare gli anni, davanti quel monte. Voltando lo sguardo, su tutte le direzioni, era possibile osservare la quiete di quel luogo, alle prime luci del mattino. Una coppia di corvi, posati sul ramo più alto di un faggio, assistevano impassibili al nostro rito preparativo al trekking. Scarponi, pile e giacca a vento da indossare a corredo e via lungo il sentiero che seguiva a circa una ventina di metri da dove avevamo lasciato le auto.

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Non c’è una montagna pronta a svestirsi e a mostrare le curve, o così buona da lasciarti salire senza difficoltà.

Come il monte Monaco

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Ci mettemmo in marcia con il piede giusto, e le gambe pronte. Era il sentiero ad esser sbagliato, poiché in breve ci ritrovammo a risalire un canalone di scolo dell’acqua piovana, che si estendeva sotto il fianco di una roccia, con pendenza irregolare e il fogliame, accumulato nel tempo, a complicare il tutto. La via era abbastanza induttiva, occorreva risalire quel canalone per sbucare nuovamente sul sentiero. Mantenevamo uno spirito sereno fino a quando, accidentalmente, ci imbattemmo in una serie di teschi di animali, ammassati nei pressi di una grotta lungo il canalone che discendeva il monte. Fu Sabino il primo ad accorgersene, e con lui in breve tutti noi. Era impossibile non notare a quantità di ossa che ci ritrovammo sotto ai piedi. Ossa animali, sbiancate dall’acqua e dal tempo. Ossa bianche di crani e denti ricurvi come quelli di un cinghiale erano sparsi ovunque, come se ci fosse stata una carneficina, proprio dove noi ora muovevamo i passi.

Poteva bastare un fruscio di vento tra i rami e sarei stato capace di riconoscere i brividi che avrebbero risalito la schiena dei miei compagni. Esser lì, tra quelle ossa, sotto un cielo grigio, tra fogliame, rocce e liane, contribuiva a rendere l’atmosfera mistica, e credo fu proprio per questo che continuammo ad avanzare in silenzio. Dopo circa una ventina di minuti, quel ripido canalone andava chiudendosi a causa della vegetazione, ma superando sulla destra alcune roccette ci ritrovammo finalmente liberi, e su un sentiero largo e sgombro di ossa. Da lì fu solo lavoro di gambe, obbligate a spingere lungo i tornanti di risalita che ci avrebbero portato a svalicare sul versante sud orientale del Monaco.

Camminammo per circa un’ora sui sentieri ripidi di quel monte, fatti di rocce irregolari, prima, e immerso nella faggeta successivamente, sempre in risalita. Intorno a noi era tutto un insieme di sfumature di colori caldi. La stagione invernale si appresta al suo ultimo giro di boa, e su quei colli era già scomparsa ogni traccia di neve, lasciando al suo posto interi tappeti di foglie arancioni, rosse e gialle, cadute dagli alti faggi, e tanto caratteristiche della stagione autunnale quanto infami, per la capacità di nascondere abilmente rocce e rami pronti a mettere a dura prova le caviglie. Dall’ombra della faggeta, passammo finalmente al crinale assolato che a sud est proseguiva lungo una notevole cresta che conduceva fino alla vetta. Dalla nostra posizione ancora non riuscivamo a vedere alcuna cima, poiché il sentiero che si allungava lungo quella cresta, celava alle sue spalle quanto ancora avremmo dovuto percorrere. L’aria calda iniziava finalmente a salire dalle valli più basse e la foschia risaliva come se tenesse costante il nostro passo.

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Da una piccola radura, con un bruttissimo pannello in acciaio lasciato lì dalle economie primitive degli anni 70, riprendemmo un tratto di bosco che accompagnava la linea di cresta. I passi seguivano il ritmo che ognuno di noi riusciva ad impartire, allontanandoci a tratti, l’uno dall’altro, fino quasi a perdersi di vista, per poi ritrovarci a camminare di nuovo insieme sui pendii del monte Monaco. L’ultima dorsale prima della vetta fu un tratto che superammo senza particolari difficoltà, risalendo un morbido colle che si apriva a nord ovest su tutto l’arco montuoso del Matese, sparandoci dritti negli occhi i profili dei monti Miletto, Gallinola e del monte Mutria, intriganti e innevati, con la caratteristica magnetica di non farti smettere di posare lo sguardo su di essi. Erano passate circa due ore quando potemmo toccare con mano le rocce che completavano la vetta del Monte Monaco, a 1337 sul livello del mare.

Da lì si apriva un panorama immenso che, privo di ostacoli naturali davanti, spaziava da tutto il Parco del Matese ai Picentini, dal Faito al Vesuvio, e poi ancora il massiccio del Taburno-Camposauro, il Monte Acero, e l’arco dei Tifatini con le colline caiatine a seguire, fino ai pendii rapidi degli Trebulani, che svettavano lontani con il Monte Maggiore ed il suo volto di donna, a tratti spigoloso e a tratti morbido, come profilo disegnato dalla mano di un artista, e giù a valle poi fiumi e villaggi sanniti, e piccoli borghi medioevali, a raccontare la storia e le radici di questa terra. È proprio vero che per godere di questi spettacoli della natura occorre salire le lunghe gradinate che attraversano e si arrampicano lungo i pendii delle montagne, sudando e faticando, per poi affacciarsi sul mondo da una prospettiva diversa, in grado di farci sentire estremamente miseri e inutili rispetto alle leggi della natura e del nostro ego smisurato. Da quassù ci accorgiamo di esser non più che briciole e molliche di pane cadute a terra, convinti invece di esser l’intera pagnotta, il panettiere e tutto il sistema che lo sorregge.

Eppure, per quanto insignificanti, possiamo assaporare le abbondanti sorsate di libertà solamente allontanandoci dalla nostra postazione terrena, osservando il mondo ed i suoi ingranaggi da prospettive diverse, che siano esse in mezzo al mare, o sulla cima di una montagna. Passò rapidamente più di un’ora mentre pranzammo e, come sempre accade del resto, non ce ne accorgemmo. C’è chi dice che la minor gravità ad alte quote spinga il tempo a camminare più veloce, ma per me, per noi, tutto ha a che fare con la felicità e con quel senso di soddisfazione che ci infiamma per esser riusciti ancora una volta a sorprendere noi stessi, con quest’ultima fatica.

Facemmo qualche foto per immortalare il momento di vetta sul monte Monaco, prima di rialzarci, e rimetterci in marcia, già diretti verso la prossima pagina da scrivere insieme.