Domenica la finestra di bel tempo era aperta solo lungo la costa tirrenica, da Roma in giù. Tutto il settore appenninico era stato colpito da una forte nevicata proveniente dai Balcani e questo andava a scontrarsi con le nostre esigenze di ritrovarci su una montagna, con condizioni favorevoli, per poterci preparare alla sfida che avremo in estate. Alle 7 eravamo già operativi e pronti a muoverci verso la catena montuosa degli Aurunci per una nuova avventura.

Un bastione roccioso che affaccia sullo splendido Golfo di Gaeta e dalla cui vetta si spazia a 360 gradi verso panorami mozzafiato. Ci muovemmo verso Sessa Aurunca, dove avremmo incontrato Antonio, e con il quale ci avviamo verso il confine campano-laziale. Giunti a Maranola prendemmo la deviazione che ci avrebbe condotti al rifugio Pornito, non prima di una lunga serie di tornanti esposti al sole del mattino. Le strade da queste parti sono selvagge come l’ambiente naturale che le ospita. Buche, dossi, rocce franate e guardrail assente sono prerogative dalle quali non si può sfuggire, e che fortificano lo spirito degli avventurieri che si approcciano ad essa. D’altronde quella parete occidentale era così, senza fronzoli, ripida e cruda come solo la natura sa essere. Quando arrivammo al Pornito ci inoltrammo con l’auto lungo una strada messa ancor peggio, alla quale l’acqua caduta quest’inverno, aveva assestato il colpo di grazia. Fu offroad baby, e lo fu con la Panda!

[nectar_single_testimonial testimonial_style="bold" color="Accent-Color" quote="Eravamo intorno al fuoco a condividere le sensazioni di una nuova giornata passata all’ insegna dello stare insieme, in un mondo lontano dall’ordinario, e negli occhi avevamo già innanzi la prossima avventura." name="Emanuele Repola" subtitle="Hikers Adventures"]

Poco più tardi delle 8,30 eravamo già ad una quota sufficiente per trovare della neve sul ciglio della strada, e non ci volle molto prima che si aprisse davanti a noi l’anfiteatro carsico delle Valliere. Un’area modesta dove il gruppo di Daniele si era accampato la notte precedente. Appena scendemmo dall’auto ci presentammo ai tre che erano con lui e ne approfittammo per bivaccare e preparare un caffè caldo. L’aria era gelida ed il vento tagliente quanto quell’avventura. Trovammo il gruppo impegnato ad accendere il fuoco del mattino dalle braci della nottata scorsa. Avevano dormito in auto perché c’era neve ovunque, e soltanto Gabriele e Nicoletta provarono l’ebbrezza della tenda, grazie alla loro Maggiolina, montata sul tetto del loro fuoristrada. Fu proprio Gabriele a raccontarmi dell’ultima avventura vissuta attraverso le strade d’Europa, sino in Danimarca, da dove si imbarcarono per le Isole Far Oer e successivamente per l’Islanda, da vivere in crossover. Preso il caffè, ripulimmo il campo dalla nottata e mettemmo ad asciugar le tende. Ci volle poco perché il sole salisse dandoci un minimo di calore, e fu allora che preparammo l’attrezzatura per la salita verso le tre cime degli Aurunci.

Ci trovavamo al di sopra della cima del Redentore, a circa 1200 metri, e avevamo guadagnato un ottimo dislivello salendo in auto alle Valliere, risparmiando all’incirca una buona ora di cammino. Prendemmo il tornante alle spalle del campo, e fu chiaro che la quantità di neve che avremmo incontrato sarebbe stata tutt’altro che qualche imbiancata nei canaloni. Il passo deciso ci portò in poco a svalicare una dorsale che copriva l’area del campo e, quando lo sguardo riuscì a spaziare oltre, fummo già costretti a fermarci, incantanti dallo spettacolo di un golfo illuminato dal sole e da tutto il litorale Domizio che, nella foschia che si addensava a sud, si spingeva sino al Golfo di Napoli, ai piedi del Vesuvio. Che avventura!

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Proseguimmo seguendo la sentieristica del territorio, attraversando una lunga cresta che affacciava sul mare alla nostra destra, e sui boschi di abeti a sinistra. Era il caos emotivo che solo osservare la Terra da lontano sa dare, con gli occhi che rimbalzavano da un punto all’altro degli Aurunci, tra vette, dorsali, boschi, mare e borghi a valle. Era come stare fermi a guardare il mondo sulla linea dell’orizzonte, dove l’ambiente alpino e l’ambiente marino si fondono insieme, in una sfumatura di colori. È un’opera fantastica quella creata dalla Natura, e il nostro dovere di essere umani, è assaporarla ogni momento.

Iniziammo a risalire il leggero pendio che prendeva alla nostra destra, e in poco toccammo la prima delle tre cime che avremmo affrontato quel giorno. Cima Sant’Angelo è un piccolo balconcino che amplia la panoramica visiva, allargando i suoi spazi verso le cime del Matese, come a sfilarle da dosso un velo che ne maschera e cela la bellezza. Attendemmo l’arrivo di tutti i compagni di trek e ripartimmo verso cima Campetelle.  Il sentiero dapprima scendeva verso il bivio precedente, per poi iniziare la lunga salita attraverso i grandi massi che costringevano le nostre caviglie agli straordinari. Man mano che avanzavamo, il passo di ognuno seguiva il suo tempo, e sempre mantenendo a vista il percorso proseguivamo indipendenti, concentrati su quanto si presentava dinanzi a noi. Di tanto in tanto una pausa per tirar su il fiato, o mandar giù sorsate d’acqua, per poi riprendere la salita. Giunti in prossimità di una quota stabile, attraversammo un’ultima dosale per poi risalire l’ultimo colle con la vetta. Cima Campetelle, a 1494 metri sul mare, si apriva ancora più ampia della precedente, e guardando ad est potevamo scorgere le prime cime dell’enorme catena appenninica abruzzese e molisana, con degli scorci sul Matese e sulle Mainarde, nonché sul Meta, lontano, avvolto da nubi nere.

Dalla cima riscendemmo un piccolo crinale, per poi entrare nel bosco sulla destra, dove venimmo sorpresi da una quantità maggiore di neve, non più ghiacciata, ma resa ormai molle dalle nevicate, e che ci fece affondare al suo interno. Bastò risalire di qualche metro e fummo nuovamente sul sentiero giusto. Avanzavamo con la vetta davanti ai nostri occhi, mentre alle spalle, un panorama mozzafiato si allargava e si illuminava con i raggi del sole che filtravano tra le nuvole.

Quando arrivammo in vetta, su cima Petrella a 1533 metri sul mare, il vento iniziò a spingere forte e le raffiche raggelavano l’aria, affilandola come una lama sottile. Le vuole, sempre costanti si andavano addensando e il cielo si scuriva di tinte viola, cariche di elettricità. “Finché il vento si mantiene costante non dovremmo far altro che affrettare i nostri piani, ma ce la faremo senza problemi”, questa frase per buoni quindici minuti divenne il mio mantra e non facevo che ripetermelo, mentre osservavo le facce rilassate dei ragazzi lì in vetta. Ci riparammo dietro dei pannelli solari che alimentano una squallida quanto (forse) utile antenna, posa lì sulla cima come una cazzo di stazione lunare. Era invece il segno di tempi passati in cui il concetto di montagna non era così vivo come oggi, divenuto anzi una forma di turismo massificato,perdendo il gusto dell’avventura, e si andavano piazzando queste inutili baracche in lamiera sulle cime delle montagne, come ad aver conquistato l’inutilità.

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I pensieri, il tempo ed ahimè il vino, quando si è in cima, tendono a volare via in uno schiocco di dita. Era passata più di mezzora, ed il tempo non accennava a migliorare. Così decidemmo di non indugiare oltre, e iniziammo a discendere il lungo fianco del Petrella, verso il bivio con cima Campetelle. Questa volta avremmo preso un’altra strada, passando per il sentiero che conduce a Fontana Canale, aggirando in direzione nord, il bosco, e andando a ricollegarci con la provinciale dissestata che conduceva e moriva proprio nei pressi di uno stazzo con la fonte.

A circa venti minuti dalle tende iniziammo a raccogliere la legna secca caduta a terra, per servircene una volta alle Valliere, dove più che i piedi, le gambe o il cervello, ci stava conducendo lo stomaco, ruggente dall’ appetito. Al campo accendemmo rapidamente un fuoco per scaldarci. La stanchezza che provavamo era dettata maggiormente dalla nottata precedente che dalla fatica accumulata lungo il trekking, ma ci sentivamo bene. Eravamo intorno al fuoco a condividere le sensazioni di una nuova giornata passata all’ insegna dello stare insieme, in un mondo lontano dall’ ordinario, e negli occhi avevamo già innanzi la prossima avventura.