Ero crollato in un sonno profondo. La stanchezza alle gambe mi ricordava dei chilometri fatti nei giorni precedenti, mentre avanzavano in qualche direzione, senza un itinerario ben preciso e allontanandoci man mano dai nostri pensieri. Mi sentivo intrappolato in un acchiappasogni e, da giudice, sceglievo quale immagini conservare e quali lasciar bruciare nella rete a maglie sottili. C’era un gran frastuono tutto intorno e fasci di luce intensa e bianca rendevano meno tetri miei sogni nonostante mi sentissi intrappolato in una stanza asettica, con centinaia di persone mute che vagavano in quello spazio come mossi da fili. Senza anima. Se provavo ad avvicinarmi ad uno di essi, questo moriva, diventando cenere e volando via nell’aria di quella stanza chiusa. Ognuno badava se, concentrato soltanto sui propri passi, ma ciò che più mi inquietò, fu la netta somiglianza che questi avevano tra loro: i lineamenti del viso, la forma delle mani, l’altezza e la stazza. Erano le riproposizioni di ciò che fui prima di allora. Un fiume di persone tra esse sconosciute che tentavano di vivere la vita di qualcun altro. In me cresceva la sensazione di disorientamento, non soltanto più nei confronti di una società alla quale sentivo di non appartenere, bensì verso tutti quegli io che avevo fatto miei negli anni per poi gettarli via come cosa vecchia, o di mutarli in altro che non era già cosa nuova ma solamente reinventata. D’altronde quando ci convinciamo di dare materia al nostro essere, diventiamo noi stessi oggetti inutili e superflui e la nostra unica salvezza diventa allora la consapevolezza che le sole cose che ci appartengono sono i sogni e la libera volontà di vivere la vita che desideriamo. In quel preciso momento ascetico, creato ad hoc dalla mia mente a causa di una stanchezza devastante e dalla pesantezza della cena precedente, le mie visioni mutarono nell’immagine di quella malga dove stavamo dormendo. Quel bagliore accecante muto nella luce intermittente di fulmini e saette e sono intorno a me si distinsero nella pioggia che batteva sul tetto e nel boato dei tuoni che facevano eco nella valle, simile alla risata di un demone. Le urla strazianti che sentivo, invece si distinsero nel disperato richiamo di chi è in preda alla tormenta: << Aprite cazzo! Aprite! >>.

Quando ripresi coscienza, il sole si stava alzando rischiarando il buio della malga. Apri così gli occhi e trova i Smé, Maria e Sara distese sui tavoli e sulle panche, a dormire nei loro sacchi a pelo, combattenti contro le forze impegnate a far perdere loro l’equilibrio necessario a tenerle lontane dal pavimento, appoggiate com’erano a quelle sottili assi di legno. Il temporale della notte precedente le aveva costrette ad abbandonare la tenda e ad entrare all’interno della baita, mentre io e Peppe, profondamente dormivamo.

Quando finalmente i miei occhi divennero più leggeri e potei aprirli per riprender coscienza di dove fossi, il sole si era già alzato, rischiarando le ormai lontane tenebre della notte. Le ragazze erano distese sulle panche e sul tavolo di quella baita, e dormivano ancora nei loro sacchi a pelo. Anche Peppe dormiva ancora. Così presi l’orologio e diedi uno sguardo distratto all’orario. Erano le otto e un quarto, ed eravamo in tremendo ritardo.
Mi alzai sulle gambe e richiusi il sacco a pelo ancora rintronato e alla meno peggio. Scesi le scale del letto a castello e iniziai a svegliare lentamente i ragazzi, sforzandomi di convincerli a darsi una mossa. Quella mattina saremmo dovuti esser già in cammino poiché il progetto che avevamo calcolato la sera precedente prevedeva inizialmente il ritorno al Passo Manghen, provare a trovare un passaggio facendo l’autostop per scendere giù a Telve o a Borgo Valsugana, e da lì rientrare verso Levico e poi Vetriolo, dove avevamo lasciato l’auto. L’incognita era proprio l’autostop, senza il quale avremmo dovuto prolungare di circa 20 chilometri il nostro percorso prima di poter rientrare alla macchina. Il tutto insaporito da un meteo incerto, che prometteva altra acqua in giornata, e dal bruciore delle vesciche ai piedi.

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Ci volle un po’ prima che iniziassimo a rientrare. Occorreva innanzi tutto lasciar asciugare la tenda, ormai zuppa d’acqua, riordinare l’attrezzatura e dare una sistemata alla malga. Dopo aver preso anche un tè caldo con le immancabili fette biscottate e la marmellata fatta in casa, scattammo l’ultima foto ricordo e ci incamminammo lasciandoci rapidamente quella casa alle spalle. Camminavamo lenti finchè non entrammo in quel bosco fitto che ci tolse per sempre dagli occhi la vista sulla malga, quasi a simboleggiare la fine di quanto fatto nei giorni scorsi. Ognuno muoveva i suoi passi concentrato sui propri pensieri nostalgici e ci distanziammo in breve, marciando verso il Passo Manghen. Ripensavo a come un viaggio del genere in qualche modo ti cambi, che tu lo voglia o no. Io per esempio mi accorsi di aver cambiato prospettiva sul passo che ognuno porta dentro. Iniziai la mia Translagorai incredulo, nonostante fosse sempre accaduto, di come ognuno non si sforzasse di tenere il passo dell’ultimo in coda, e la terminai credendo che ognuno proceda con il suo poiché ascoltiamo il ritmo di musiche diverse. Quell’esperienza ci aveva arricchito tutti, lo avvertivamo, l’uno con l’altro, e sebbene i nostri occhi avevano ora una curvatura malinconica, sapevamo altrettanto bene che era solo l’inizio di un qualcosa di nuovo, diverso da prima. Io ho trovato il più ricco dei tesori su quelle montagne, ovvero l’aver imparato a lasciarmi incantare dalla luna, smettendo di desiderare di strapparla da quel cielo blu, per portarla via con me. Ho imparato ad approfittare del calore del sole, senza più consumarlo poiché esso appartiene a tutte le creature. Ho ballato con le stelle, lasciando anch’esse al loro posto a scintillare. Ho lasciato che il vento mi colpisse, senza più cercar riparo, poiché colpirà sempre con la forza della verità. Ma soprattutto ho imparato a fidarmi di chi sono, non mentendomi più. Vivere la vita di qualcun altro mi avrebbe condannato ad uccidere una parte di me. Come tutte le volte, partimmo alla ricerca di qualcosa e la risposta che ognuno di noi cercava non la trovammo, e forse non la si trova mai nell’arco di una vita intera, eravamo però consapevoli d’essere realmente vivi. Nel senso più fisico della parola, poiché non era ancora troppo tardi per voltarsi a guardare il sole. Ancora una volta.
Il bosco terminò affacciandosi sul Pian dei Casoni, ed il sentiero proseguì fino all’accesso sulla Provinciale, sulla quale ci saremmo dovuti incamminare per rientrare al Manghen. Ricordo ancora quando il piede si spostò dalla roccia instabile all’asfalto già cocente. Fu come rientrare in sé da un sogno profondo. Come quella mattina. Mi resi conto di esser al traguardo, e in un attimo l’orario, le auto, i giorni e i mesi, gli impegni, le scadenze, il lavoro, lo studio, gli esami, la distanza da quelle montagne, tutto tornò a fuoco e incendiò in un attimo i pensieri leggeri dei giorni scorsi. Sebbene però fossi conscio del ritorno di quel malessere mi sentivo ugualmente rincuorato dalla sola idea di poter rimettere piede su quei sentieri. Nessun uomo dovrebbe vivere senza aver sperimentato almeno una volta la solitudine della vita in un bosco, scoprire di poter dipendere solo da se stessi, tirando fuori finalmente la vera forza interiore. Vivendo seguendo i propri bisogni, mangiando quando si ha fame, dormendo quando si ha sonno. Noi ad esempio passeggiavamo per quei sentieri impolverati e rocciosi cantando tutto ciò che riuscivamo a ricordare, con tutta la voce che avevamo in corpo, senza che ci ascoltasse nessuno se non un cervo o un falco.

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Arrivammo verso le 12 al bar/ristorante di Passo Manghen, e non ci meravigliammo di trovarlo ancora più affollato della scorsa volta. Anzi lo speravamo, poiché lì in mezzo, tra quelle persone, era aggrappata la nostra speranza di scendere giù con qualche passaggio rimediato al volo. Eppure passò oltre un’ora e la nostra ricerca non aveva ancora dato i suoi frutti. A quei tavoli, famiglie e comitive di amici si erano radunate numerose per pranzare, quindi considerammo di rallentare le ricerche e concederci anche noi qualcosa che riempisse nuovamente i nostri stomaci già ululanti. Ci sedemmo così ad un tavolo e ordinammo carne, uova, polenta calda, delle fritture ed un paio di birre a testa. Intorno a noi c’erano coppie anziane e giovani, ex alpini, gruppi di motociclisti e comitive di ragazzi, ognuno con i suoi pensieri in testa ed il sole a riscaldarli. C’era aria di festa intorno e noi ci eravamo dentro più che mai. Ridevamo e dimenticavamo la stanchezza e i dolori alla schiena. L’ultimo momento prima di una fine inevitabile, la cui idea ci riportò a noi e alla nostra ricerca di un passaggio, ora divenuta più urgente a causa dell’orario e del tempo che andava peggiorando. A dir il vero sentimmo salire un leggero timore di dover arrivare giù in paese con il buio, lungo la statale, sotto la pioggia e sperare di passare la notte a Telve.

Furono Maria, Smè e Sara a risultare fondamentali nella ricerca, trovando Stefano, un ragazzo di Borgo che con i suoi amici sarebbe sceso giù in paese a breve. Ne approfittammo così per caricare gli zaini nelle due auto e ci incamminammo lungo quei tornati asfaltati che si propagano, come i nastri mossi dalla ginnasta, lungo i pendii erbosi e verdi delle montagne che stavamo attraversando, incontrando con gli occhi le immagini dei giorni precedenti, tra rifugi e boschi incantati sopra i duemila che ci prendevano il fiato, strappandocelo via per lo stupore. Una sequenza di fotogrammi rapidi scorrevano, e tiravano fuori lacrime d’emozione e malinconia. C’era la Panarotta, vero punto di partenza, c’ero io con Michele e Peppe a riempirci lo stomaco di noccioline, c’era Smé con in suoi piedi nelle acque gelide del Lago Erdemolo, con quel pile rosso che le illumina le guance, c’era Maria e quella capacità di disinnescare ogni miccia che sta per accendersi, mentre canta appesa ad un cavo d’acciaio lungo il sentiero per il Mangheneto. I capelli di Sara che si intrecciavano come i rami dell’albero della vita dopo il bagno nel Lago delle Buse. C’erano tutti gli occhi incontrati lungo il nostro percorso, al cui interno bruciavano le immagini dei Lagorai.

Tornai in breve con i caffè e avemmo giusto il tempo di berli prima di salire a bordo del treno e correre via verso la nostra prossima destinazione. Durante il tragitto continuammo a guardare fuori dai finestrini mentre Sara chiamò finalmente Cristina, alla quale ancora non avevamo raccontato dei nostri progetti. Fortunatamente non avemmo problemi poiché la bontà di quella donna era infinita e ci accolse in casa, dopo averci raccolti come straccioni, con l’affetto che si deve agli amici d’infanzia. he bella lei e la sua famiglia, immersi in quell’oasi verde a ridosso di Vetriolo. Per rendere la nostra presenza meno ingombrante, decidemmo di dormire in giardino e così piazzammo immediatamente le nostre tende, prima di sederci tutti quanti a tavola per mangiare, mentre dalla piazza del paese poco più giù a valle, che si intravedeva attraverso la pineta, arrivava il suono dello sirtaki suonato dalla banda, fino a sera, quando il sole calò dietro enormi nuvoloni neri che scurirono il cielo, portando con sé l’acqua che avevamo lasciato la scorsa notte lungo i Lagorai.

Ci spostammo allora sotto la veranda in legno e, seduti sulle panche, illuminati da una lampadina calda, iniziammo a cantare a squarciagola un lungo repertorio, accompagnati da Claudio alla chitarra e da Giada, loro figlia, mentre in giardino la pioggia batteva sempre più forte, lavando via la terra accumulata nei giorni precedenti, e lasciandoci il saluto delle Dolomiti.